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TIPOLOGIA: Altro

Per un approccio consapevole alla transizione digitale

Giuseppe D’Angelo e Anna Gunnarsson

Abstract
Ogni profonda trasformazione nei contesti della conoscenza e dell’agire umano richiede un cambiamento del punto di vista. Ciò vale in ambito scientifico, tecnologico, educativo, sociale, culturale. Il punto di vista è determinato da quello che viene chiamato paradigma. Non sempre questi cambiamenti

Che cos’è un paradigma?

Vi sono molteplici definizioni di “Paradigma”. L’Enciclopedia Britannica ci dà queste due definizioni: “Un paradigma è un modello o schema per qualcosa che può essere copiato” e “Un paradigma è una teoria o un gruppo di idee su come qualcosa dovrebbe essere fatto, realizzato o pensato. L’Enciclopedia Treccani, italiana, ha una definizione più articolata: “Dal lat. tardo paradigma, gr. παράδειγμα «esempio, modello». Nel linguaggio filosofico è talora usato come equivalente di archetipo, per designare le realtà ideali, concepite, per es. in Platone, come modelli eterni delle realtà sensibili, mutevoli; in Aristotele il termine è assunto per indicare l’argomento, basato su un caso noto, a cui si ricorre per illustrare uno meno noto o del tutto ignoto.

Queste definizioni, da un punto di vista pratico, vedono il paradigma come sinonimo di modello di riferimento. Vedremo, invece, come esista una ben determinata relazione funzionale tra i concetti di paradigma e modello.

Per analizzare questa differenza e pervenire a una definizione più strutturata di paradigma analizziamo il punto di vista epistemologico.

Nell’epistemologia contemporanea il termine Paradigma ha avuto larga diffusione nel significato attribuitogli da Thomas S. Kuhn (epistemologo e teorico della scienza) che nel 1962, nella sua opera più importante – “LA STRUTTURA DELLE RIVOLUZIONI SCIENTIFICHE” – affronta il problema di come gli scienziati arrivino a concepire e ad assumere come coerente un quadro generale, essenzialmente teorico, che si trovi in conflitto con il quadro comunemente accettato o con altri che pure possono essere considerati ragionevolmente accettabili. Kuhn chiama, appunto, questo quadro teorico generale con il termine “paradigma” e di esso dà la seguente definizione: “Un paradigma è un insieme di pratiche, regole metodologiche, ipotesi euristiche e modelli esplicativi che orientano la ricerca scientifica in una data epoca”. A “mutamenti di paradigma” sarebbero in tal senso riconducibili le cosiddette rivoluzioni scientifiche.

Cambiare paradigma, secondo Kuhn, significa “cambiare il punto di vista“. Un cambiamento di punto di vista deriva, quasi sempre, dalla nascita di anomalie che non possono essere spiegate dai paradigmi universalmente accettati. Queste anomalie derivano, a loro volta, dalla scoperta, in un determinato tempo e in un determinato contesto, di visioni, fenomeni, processi nuovi e in tutto o in parte in contrasto con quelli collettivamente condivisi e accettati dalle comunità di riferimento. Tali scoperte sono determinate essenzialmente da un raffinamento degli “strumenti”, tecnologici ma non solo, con i quali la realtà viene osservata.

Le anomalie di cui parliamo sono, quindi, il fondamento delle rivoluzioni scientifiche.

Uno dei cambiamenti più profondi, per il suo incidere in modo assoluto nella “carne viva” della comunità umana: è stata la nascita della rappresentazione “digitale” della realtà, vista nella sua manifestazione più esplicita e dinamica: l’elaborazione dell’informazione e della conoscenza.

Questa straordinaria rivoluzione, oggi nota come Scienza dell’Informazione o Informatica, o ancora, Scienza degli Elaboratori Elettronici e che continua a introdurre nuovi e sempre più coinvolgenti e sconvolgenti visioni del mondo e modi di essere, inizia, nell’era moderna, nella prima metà del’800 con le macchine di calcolo programmabili – le macchine analitiche – a opera di Charles Babbage e Ada Lovelace (trascuriamo nel nostro discorso il lunghissimo periodo precedente che ha visto la nascita di “macchine” di ausilio al calcolo a partire dal XXI secolo a.C. con l’abaco).

Della “rivoluzione digitale” parleremo approfonditamente in questo articolo.

Ovviamente, più complessa è la realtà fenomenica che vogliamo formalizzare tanto più questa realtà è caratterizzata da paradigmi diversi che la spiegano da diversi punti di vista. La maggior parte dei contesti scientifici sono di natura multi-paradigmatica e anche di natura transdisciplinare. Due esempi sono la pedagogia e l’informatica. Ma abbiamo anche la fisica, la matematica, la biologia..

Costruire un Paradigma

Assume un particolare significato per la comprensione del concetto di paradigma stabilire un approccio “costruttivista” alla sua definizione. L’importanza di una definizione costruttiva, cioè meta-cognitiva, di paradigma è anche determinata da un aspetto che potrebbe sembrare ultroneo rispetto ai nostri ragionamenti; questo è il punto di vista pedagogico: la “questione pedagogico”. Eppure non può sfuggire che l’introduzione di un nuovo “punto di vista” nell’ambito di una scienza e del relativo insieme di “pratiche, regole metodologiche, ipotesi euristiche e modelli esplicativi” che Kuhn, nel libro citato in precedenza, associa alla ricerca scientifica in un dato contesto e in una data epoca, richiede che la comunità scientifica che accoglie e accetta questo nuovo punto di vista debba stabilire il complesso di visioni, valori, conoscenze, codici simbolici e linguistici, approcci cognitivi, strategie che andranno apprese da ogni nuovo individuo che vorrà operare in quel contesto scientifico. Pertanto, l’individuazione di una definizione “costruttiva” di paradigma ci permette anche di individuare quegli insiemi di conoscenze, competenze e abilità specialistiche che l’individuo deve acquisire per agire e creare nel nuovo contesto paradigmatico.

Approfondiremo questo aspetto alla fine di questo articolo. Per il momento avviamoci a costruire passo dopo passo il concetto di Paradigma per arrivare a questa definizione “costruttiva”.

Il primo passo è quello di elevare il livello di astrazione del nostro ragionamento e introdurre una nuova definizione più astratta:

Un Paradigma è il mezzo per operare una sistematizzazione concettuale (interpretazione / significazione) in uno specifico ambito della realtà fenomenica, per permettere all’individuo di guidare il proprio pensiero e di agire in tale realtà in un dato tempo.

Questa definizione ci dice che:

  • Un Paradigma è uno “strumento” che serve a “interpretare” i fatti di un’area della realtà fenomenica nella quale l’essere umano vive ed evolve. Quindi esso serve a “significare” (cioè “dare significato a”) ciò che in quella realtà viene osservato.
  • Un Paradigma serve a “orientare” il pensiero, le decisioni, le azioni degli individui interessati a quell’area della realtà fenomenica (che l’osservano e la studiano).
  • Un Paradigma ha una valenza temporale, nel senso che al modificarsi delle conoscenze proprie della realtà osservata (fenomeni nuovi, nuovi saperi, nuovi fatti, ecc.) esso può trasformarsi, evolversi e anche “falsificarsi”, cioè perdere di significatività.

Questa definizione, nel caso della ricerca scientifica, si trasforma in quella di Khun.

 

Il secondo passo è quello di stabilire che una definizione sistematica e concettuale di un paradigma parte da una sua definizione sintetica e autoconsistente. Questa deve contenere, in modo assolutamente generale, gli elementi che caratterizzano tale realtà – in particolare gli oggetti di interesse – e le modalità di azione nel suo ambito.

 

Il terzo passo è quello di introdurre una definizione più strutturata di Paradigma che modifichi la precedente:

Un Paradigma in uno specifico contesto della realtà fenomenica, opportunamente descritto attraverso l’Ambito di azione e gli Oggetti trattati in tale realtà, è l’insieme di Conoscenze, Processi e Strategie per permettere all’individuo di guidare il proprio pensiero e di agire in tale realtà in un dato tempo, nonché di un adeguato Linguaggio per rappresentare e comunicare tale – e in tale – realtà

Ciò può anche essere espresso, in modo sintetico scrivendo che: Paradigma ≡ {C, P, S, L}

Le Conoscenza sono gli elementi che caratterizzano la realtà fenomenica che vogliamo interpretare. Queste conoscenze comprendono non solo gli aspetti concettuali della realtà, ma anche tutti i mezzi che ci permettono di operare in essa.

Sono Conoscenze: dati, informazioni, definizioni, regole, teoremi, principi, assiomi, strumenti, mezzi, contesti, … e così via

I Processi sono l’insieme di azioni codificate – concettuali e operative – che permettono di avanzare e progredire nella realtà fenomenica che stiamo interpretando al fine di raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati, formulare giudizi, dare soluzioni, ecc.

Sono Processi: algoritmi; regolamenti; procedure; istruzioni; modalità d’uso; discipline operative; criteri di sviluppo … e così via.

Le Strategie sono tutti i modi che permettono, nella realtà fenomenica che stiamo interpretando, di trovare e pianificare azioni per agire in questa realtà per raggiungere obiettivi, rispondere a domande, risolvere problemi, costruire nuova conoscenza, ecc.

Sono Strategie: teorie; metodi; tecniche; dinamiche; prassi; tattiche; condotte; espedienti; arti … e così via.

Il Linguaggio è il complesso di termini, espressioni, definizioni che sono introdotti in un paradigma per semplificare i modi di esprimere, in particolare, i Processi e le Strategie, a partire dalle Conoscenze. Questi codici linguistici, che portano alla creazione di neologismi e acronimi, permettono di rappresentare sinteticamente concetti o fatti che altrimenti avrebbero bisogno di “perifrasi” più o meno complesse. A volte questi nuovi codici linguistici sono chiamati “gerghi” quando non entrano nella lingua comune ma sono confinate nel contesto specialistico in cui nascono.

Sono esempi di Linguaggi di paradigmi: il linguaggio matematico; il linguaggio musicale; il linguaggio informatico … e così via.

Dal Paradigma ai Modelli

Un paradigma assume caratterizzazioni diverse quando viene applicato a campi diversi della realtà. In qualche modo l’applicazione di un paradigma a un determinato contesto determina una “proiezione” delle tre classi che lo caratterizzano (Conoscenze, Processi e Strategie) all’ambito specifico. Questo ambito può essere determinato da criteri d’uso nuovi, da specifiche modalità applicative, da mezzi e strumenti rinnovati, da tecniche particolari. In sostanza abbiamo un Modello di un Paradigma ogni qualvolta cambiano le modalità e i criteri della sua applicazione, lasciandone immutata la descrizione sintetica e autoconsistente e le conoscenze, i processi e le strategie di natura generale.

Come abbiamo visto nel paragrafo iniziale, i termini “paradigma” e “modello” in alcuni casi sono utilizzati come sinonimi ma da un punto di vista concettuale, i due termini rappresentano due livelli diversi di formalizzazione della realtà fenomenica che vogliamo rappresentare. Il primo è il riferimento “ideale”, quello, per essere più chiari, che definisce il contesto di riferimento.

Per una scienza è l’ambito della ricerca e gli oggetti in essa trattati e i metodi e approcci utilizzati.

Ad esempio, possiamo introdurre la seguente definizione sintetica e autoconsistente della Scienza Matematica:

La Scienza Matematica è il corpo di conoscenze che studia (ambito della ricerca) le strutture che permettono di manipolare (oggetti trattati) le quantità, le estensioni spaziali e relative figure, i movimenti dei corpi, attraverso (metodi e approcci usati) un rigoroso uso dell’astrazione, della formalizzazione e dell’assiomatizzazione, della dimostrazione, della logica e, in particolare, dei ragionamenti ipotetico-deduttivi basati su inferenza, induzione, deduzione, abduzione fino al ragionamento per assurdo”.

Partendo da questa definizione, possiamo osservare che nella Scienza Matematica, vista come paradigma, la specializzazione degli oggetti di studio e/o dei metodi, porta a paradigmi più specialistici: l’Aritmetica (che studia i processi di calcolo numerico, in particolare il calcolo sui numeri naturali), l’Algebra (che studia le strutture costituite da numeri e altre espressioni non numeriche, strutture che vengono definite “algebriche”), la Geometria (che studia le forme rappresentabili nel piano e nello spazio), l’Analisi (che studia i processi di calcolo cosiddetti “infinitesimali”).

Ogni “proiezione” di un Paradigma è una rappresentazione formale (ontologia) che permette di concettualizzare il dominio di interesse specializzandone conoscenze, processi e strategie e, conseguentemente, il linguaggio di riferimento. Per tale motivo possiamo dare la seguente definizione di Modello di un Paradigma:

Il Modello di un Paradigma (o, semplicemente, Modello) è la specializzazione ontologica delle Conoscenze, dei Processi e delle Strategie a un determinato Contesto di Riferimento e del relativo Linguaggio di riferimento.

 

Per contestualizzare un Paradigma e costruirne, quindi, un Modello, dobbiamo definire le seguenti sette caratteristiche che rendono il paradigma stesso “usabile”: Scopi, Vincoli, Mezzi, Ausili, Strategie, Processi, Conoscenze.

 

Esemplifichiamo queste sette caratteristiche prendendo il caso della Scienza della Comunicazione (che nella sua definizione generale è un ambito scientifico multi-paradigmatico), della quale diamo la seguente definizione sintetica e auto-consistente:

La Scienza della Comunicazione è il corpo di conoscenze che studia (ambito della ricerca) la comunicazione umana intesa  (oggetti trattati) come un processo di relazione o di scambio interattivo, in un determinato ambiente, tra due o più partecipanti, basato (metodi e approcci usati) sulla reciproca intenzionalità e su un certo livello di consapevolezza in grado di far condividere ai partecipanti un determinato significato attraverso codici linguistici, sistemi simbolici e convenzionali di significazione e segnalazione condivisi nel tempo e nella cultura di riferimento”.

Basandoci su tale definizione vediamo come si esemplificano le sette caratteristiche di un Modello nel caso della Scienza della Comunicazione.

  • Gli Scopi della Comunicazione sono diversi se voglio “comunicare per trasmettere dati”, “comunicare per informare”, “comunicare per spiegare”, “comunicare per educare”, “comunicare per istruire”, “comunicare per formare”.
  • Le Condizioni e le Modalità d’uso della Comunicazione, che possiamo anche chiamare Vincoli, sono diversi se devo comunicare “in presenza” o “a distanza”, se devo comunicare “uno-a-uno“ o “uno-a-molti”, se devo comunicare “in modo sincrono” o “in modo asincrono”, se devo comunicare “a tavola in famiglia”, “in un bar”, “in una classe”, “in un’aula magna universitaria”, “in un teatro”, “alla radio”, “alla televisione”, “in un Blog”, “in una Community”).
  • I Mezzi della Comunicazione sono diversi se devo comunicare “via voce”, “via testi”, “via immagini” e se il mezzo di comunicazione è “analogico” o “digitale” o ancora se devo o posso usare una combinazione di questi).
  • Gli Ausili per la Comunicazione sono diversi se la comunicazione si basa solo “sull’uso di un Mezzo Principale” o se essa presuppone “l’uso, in aggiunta al Mezzo Principale, di ulteriori Mezzi Accessori”; ad esempio, nella comunicazione formativa “orale” è diverso se “spiego a voce direttamente” o “spiego a voce con l’ausilio di una lavagna” o “spiego a voce con l’ausilio di slide” o “spiego con l’ausilio di strumenti multimediali”.
  • Le Strategie utilizzate per la Comunicazione sono diverse a seconda che prevedo o meno di applicare i principi e le regole “della pedagogia” o “della psicologia” o “della retorica” o “della prosodica” o “della prossemica” o “della mimica” o “la musica”, e, ancora, se devo usare “la lingua madre”, “una lingua straniera, “un gergo”, “il canto”).
  • Un Processo di Comunicazione è diverso a seconda dell’ambito applicativo in cui tale comunicazione si realizza: nella scuola, nell’università, nella formazione professionale, nell’editoria, nel giornalismo, nella pubblica amministrazione, nella politica, nello sport, nella scienza, nel cinema, nella televisione, alla radio.
  • Le Conoscenze che bisogna possedere per realizzare lo Scopo – o gli Scopi – della Comunicazione nelle Condizioni e con le Modalità offerte dal contesto e con i Mezzi, gli Ausili e le Strategie richieste!

L’ultimo aspetto che bisogna considerare nella costruzione di un Modello di un Paradigma è la sua “Coerenza Interna” rispetto ai Vincoli imposti. Possiamo, a tale fine, dire che:

La coerenza di un Modello di Paradigma è la sua applicabilità per gli scopi per i quali è sviluppato, nel rispetto dei principi e dei vincoli fissati.

Il Paradigma Informatico e i Modelli di Transizione Digitale

Quanto finora illustrato può essere efficacemente esemplificato nel caso dei processi di dell’Innovazione (o Transizione) Digitale.

Anche la Scienza dell’Informazione (o Informatica) un ambito multi-paradigmatico ma, da un punto di vista generale, possiamo darne la seguente definizione sintetica e autoconsistente:

La Scienza dell’Informazione è il contesto scientifico che si occupa (ambito della ricerca) dei fondamenti teorici e della manipolazione computazionale della “informazione” – intesa (oggetti trattati) come qualsiasi dato, notizia, conoscenza che possa essere rappresentato in forma quantitativa e opportunamente qualificata mediante una sua categorizzazione – attraverso (metodi e approcci usati) rigorose procedure formali, denominate “programmi”, implementabili, insieme alle informazioni, in sistemi elettronici automatizzati, denominati “elaboratori”.

Indicheremo il Paradigma della Scienza dell’Informazione anche con l’espressione, più sintetica, di Paradigma ICT.

Partendo da questa possiamo individuare agevolmente il l’insieme {C, P, S}. Per ragioni di spazio rimandiamo all’articolo che verrà pubblicato nel prossimo numero della rivista, dedicato al Modello SciCo+ per una descrizione articolata di Conoscenze, Processi e Strategie della Scienza dell’Informazione.

Relativamente al Linguaggio dell’Informatica osserviamo che esso è un complesso insieme di parole ed espressioni specialistiche, molte delle quali entrate a far parte del linguaggio comune, altre specificamente confinate nel suo contesto scientifico-tecnologico. Questo linguaggio comprende centinaia di termini e sigle nuove[1].

I Modelli del Paradigma ICT come criteri per la Transizione Digitale

La Transizione (o Trasformazione) Digitatale è il processo attraverso il quale in un determinato contesto della vita di una comunità vengono introdotti mezzi e strumenti della Scienza dell’Informazione. Abbiamo trovato ben articolata e interessante, per i nostri scopi, la seguente definizione tratta da Wikipedia[2]:

La Trasformazione Digitale è un insieme di cambiamenti prevalentemente tecnologici, culturali, organizzativi, sociali, creativi e manageriali, associati con le applicazioni di tecnologia digitale, in tutti gli aspetti della società umana.

L’espressione “tecnologia digitale” assume un valore centrale nella definizione ma, come sappiamo, il Paradigma ICT, come tutti i paradigmi, ha una specifica connotazione storico-temporale, pertanto l’evoluzione tecnologica ha determinato, nel tempo, Modelli diversi di Transizione Digitale perché si sono evolute le tecnologie per rappresentare e comunicare la conoscenza. E questi Modelli hanno assunto, nel tempo, anche una identificazione linguistica diversa.

Vediamo questo pannello di confronto:

Anni   ‘90   ‘00   ‘10
Notazione Tele-   e-   Smart- (o “+”)
Tecnologie –   Comunicazione asincrona Comunicazione audio

–   Trasmissione digitale dati e documenti Personal Computing

–   Pacchetti applicativi specialistici Testi, immagini, animazioni Ipertesti

–   Comunicazione sincrona Comunicazione testuale

–   Comunicazione video (Videoconferenza) Reti

–   Rappresentazione, conservazione e fruizione della conoscenza (e-Book, e- Library, contenuti grafici, audio, ecc.)

–   Personal Computing avanzata Grafica digitale

–   Ipermedia

–   Comunicazione avanzata (integrazione delle forme di comunicazione elettronica)

–   Elaborazione in mobilità

–   Realtà aumentata

–   Realtà virtuale

–   Olografia

–   Stampa 3D

–   Internet delle Cose

–   Intelligenza Artificiale

 

I prefissi “Tele-”, “e-”, “Smart-” e il suffisso “+” sono diventati altrettanti modi per definire contesti fenomenologici nei quali è intervenuto un processo di Transizione Digitale.

Un esempio: i Modelli di Transizione Digitale nel contesto del “Lavoro”

Il mondo del lavoro è stato, ovviamente, profondamente interessato dall’innovazione e dall’introduzione dei primi Calcolatori nei processi produttivi a partire dagli anni ’50. Ma questa innovazione, intorno alla fine degli anni ’80, ha interessato direttamente il “modo di lavorare”, cioè ha interessato il “processo di produzione della prestazione lavorativa” (rappresentato nella figura) e ha introdotto il tema della “de-localizzazione” del lavoratore e della “de-strutturazione” del tempo del lavoro, che possiamo definire, anche, rispettivamente: “de-localizzazione spaziale” e “de-localizzazione temporale”.

Il processo generale d’erogazione di una prestazione lavorativa.

 

Da quanto detto risulta evidente che la possibilità di de-localizzare una prestazione lavorativa deriva dalla possibilità di de-localizzare, in tutto o in parte, i Materiali per la produzione, i Mezzi di produzione/fornitura ed i Prodotti della prestazione. Questa possibilità è garantita in modo completo (nel senso che è possibile una totale de-localizzazione della pratica lavorativa) solo quando i Materiali di produzione, i Prodotti delle prestazioni lavorative e i Mezzi di Produzione operano su e con la “informazione” e i suoi processi di elaborazione e gestione.

Bene. Nel corso degli ultimi quarant’anni circa, il “lavoro de-localizzato e de-temporizzato” ha assunto tre denominazioni diverse, tutte molto note anche al grande pubblico: Telelavoro, e-Work, Smart-Working. Vediamone le caratteristiche generali:

Tele-Lavoro (anni ’90)

Questo modello di transizione digitale del lavoro era basato sulla trasposizione delle attività lavorative più strettamente legate alla comunicazione (“asincrona”) e alla trasmissione digitale di dati e documenti, nonché all’introduzione di ambienti informatici (applicazioni) in grado di automatizzare – e rendere “remoti” – alcuni processi lavorativi e/o organizzativi.

e-Work (anni ’00)

L’e-Working porta i processi di produzione del lavoro a un livello più avanzato in cui si amplificano le capacità comunicative tra i lavoratori, introducendo la comunicazione “sincrona” (Chat, Videoconferenza, Internet Calling, Sale e Aule Virtuali, ecc.) e, parallelamente, si allargano le forme di rappresentazione, conservazione e fruizione della conoscenza (e-Book, e-Library, contenuti grafici, audio, ecc.) e gli ambienti informatici di produzione (personal computing avanzata), nonché i sistemi informatici di virtualizzazione degli ambienti lavorativi.

Questo Modello presuppone, in generale, un ricorso molto ampio alla totale distanza tra i produttori della prestazione lavorative e i fruitori della stessa.

Smart-Working (dagli anni ’10)

Lo Smart-Working supera quest’ultimo vincolo (la distanza totale). Esso introducendo, nel mondo del lavoro, soluzioni volte ad “amplificare” i criteri di produzione della prestazione lavorativa e la loro efficacia e a “virtualizzare” i mezzi di produzione del lavoro senza sacrificare la relazione “fisica” dei lavoratori tra loro e con i loro ambienti lavorativi e rendendo, nel contempo, più dinamico il passaggio tra il lavoro in presenza e il lavoro a distanza a seconda delle circostanze e delle necessità. Questo perché si ampliano le capacità elaborative delle piatteforme mobili e, quindi, si passa dal “lavoro a distanza” al “lavoro in mobilità”.

Dal Modello alle Metodologie

All’inizio dell’articolo abbiamo osservato che un nuovo Paradigma o un nuovo Modello impongono una particolare attenzione agli aspetti pedagogici nella comunità dei suoi utilizzatori. Un nuovo modo di operare, un nuovo punto di vista con il quale agire, determinano la necessità di formalizzare il complesso di visioni, valori, conoscenze, codici simbolici e linguistici, approcci cognitivi, strategie in modo da consentirne l’apprendimento da parte di ogni nuovo individuo che vorrà operare in quel contesto.

Questo processo di “formalizzazione” delle innovazioni introdotte da un nuovo Modello, in qualsiasi ambito dell’agire umano (lavorativo, sociale, culturale), viene sostanziato in una o più Metodologie (Operative). Una Metodologia può essere così definita:

Una Metodologia operativa – o, semplicemente, Metodologia – di un Modello di un Paradigma è l’insieme di Conoscenze, Competenze e Abilità che rendono applicabile una o più componenti del Modello stesso e che è necessario trasferire a chi vuole operare nell’ambito di applicazione del Modello stesso

In generale, ogni nuova Metodologia introdotta per rendere applicabile un Modello in uno specifico ambito paradigmatico coinvolge un insieme abbastanza ampio di conoscenze e competenze che portano, il più delle volte, a individuare un nuovo Profilo Professionale specialistico in grado di applicare tale Metodologia. Questo aspetto dovrebbe risultare abbastanza chiaro a chi legge. Pensiamo, ad esempio, a tutte le nuove professioni che i processi di innovazione tecnologica nel tempo hanno creato. Alcune di queste nuove professioni sono specializzazioni di professioni già esistenti, altre rappresentano vere e proprie nuove figure professionali nel panorama dell’innovazione tecnologica.

Del tema delle Metodologie parleremo approfonditamente nell’articolo dedicato al Modello SciCo+ di cui abbiamo parlato in precedenza.

Conclusioni – Per un approccio consapevole alla transizione digitale

Come abbiamo visto, un paradigma nella nostra definizione è identificato come qualcosa che ha i mezzi per operare una sistematizzazione concettuale (interpretazione), in un certo tempo, di una specifica area della realtà fenomenica, per permettere all’individuo di guidare il proprio pensiero e di agire in esso. Si tratta, sicuramente, di un’interpretazione adatta al nostro tempo, soprattutto quando parliamo di “mondo digitale”. Negli ultimi anni, come sappiamo, si è determinato un rapido cambiamento degli strumenti digitali, della mentalità digitale e delle competenze digitali pratiche. Ci sono così tante azioni che vengono compiute in “modo digitale” che le diamo praticamente per scontate; i “sistemi” e i dispositivi che utilizziamo regolarmente e le “applicazioni” (software) a nostra disposizione (solo per citare alcuni aspetti di questa transizione). Al punto in cui ci troviamo ora per quanto riguarda lo sviluppo digitale, molto probabilmente non saremo domani o presto. Le cose stanno accadendo così velocemente che la maggior parte di noi ha difficoltà a tenere il passo. Nuove influenze, nuove scoperte tecniche e nuove cose da imparare emergono molto velocemente. Durante la pandemia, molti individui, adulti e giovani, hanno dovuto apprendere nuovi sistemi e nuove modalità di comunicazione digitale perché non potevamo incontrarsi di persona. E questo ha determinato una nuova condizione, che ci sta influenzando e ci influenzerà in molti modi. C’è, inoltre, la possibilità/rischio che le cose che impariamo in questo momento debbano essere re-imparate molto presto. Di cosa abbiamo bisogno per affrontare tutto questo?

Mentalità

La pandemia ci ha dimostrato che un rapido cambiamento quando si tratta di competenze digitali è, per molti, possibile. Noi, come esseri umani, abbiamo la capacità di adattarci, conoscere nuovi sistemi, utilizzare nuovi strumenti e vedere il cambiamento non solo come qualcosa di fastidioso o negativo. È ormai una condizione “normale” per molti lavorare a distanza, utilizzando anche nuovi strumenti, per le stesse attività, paralleli tra loro – nella video-comunicazione, ad esempio, si è in grado di passare da Zoom a Teams o a Skype – e collaborare in tempo reale su piattaforme digitali con contenuti condivisi online. I rapidi cambiamenti di cui facciamo parte, la pandemia ne è un esempio, ci hanno permesso di capire che non dobbiamo sapere tutto di tutto per essere un utente discreto o anche abbastanza abile: siamo consapevoli che, molto probabilmente, ci sarà sempre un altro aggiornamento in arrivo, una nuova tecnologia, che ci farà comunque ripensare a come agire. Il tempo è sempre poco nel mondo digitale, il che rende intelligente imparare rapidamente esattamente ciò di cui si ha bisogno ed essere pronti a imparare rapidamente ciò di cui avremo bisogno. Ma l’attitudine al “cambiamento digitale” non è l’unica cosa di cui abbiamo bisogno.

Conoscenze e Competenze tecniche

Vi sono una serie di conoscenze tecniche che al giorno d’oggi sono più o meno indispensabili per la gestione digitale delle informazioni; video, foto, suoni, musica, comunicazione digitale (riunioni, servizi bancari, gestione del denaro, prenotazioni, sistemi di assistenza…) e altro ancora. La maggior parte di queste aree può essere controllata dai nostri dispositivi mobili che portiamo con noi la maggior parte delle ore del giorno e che ostinatamente chiamiamo ancora “telefoni” (solo quando siamo consapevoli del cambio di paradigma li chiamiamo “Smartphone”); al giorno d’oggi essi sono molto di più. Sono “dispositivi tuttofare” basati su una tecnologia in costante cambiamento. Oggi è considerato normale essere un utente “multifunzionale” di dispositivi digitali senza essere un esperto o dover dipendere da esperti. Utilizziamo le nostre conoscenze pregresse sugli strumenti e sui sistemi digitali e le applichiamo a nuove situazioni e sfide, con successo. È anche vero che gli individui si abituano lentamente a una nuova tecnologia (chi usa un pc Windows e il suo mouse a due bottoni, ha difficoltà a passare a un PC Mac e il suo mouse a singolo tasto. Molti anni fa, circa quaranta, quando la gran parte degli utenti utilizzava l’ambiente di videoscrittura Wordstar ebbe molte difficoltà a passare agli ambienti visuali quali MS-Word. Questa resistenza al cambiamento tecnologico ha un nome; si chiama “pigrizia digitale” ed è la resistenza a cambiare una tecnologia di cui abbiamo il dominio. Questa difficltà diventa sempre meno un ostacolo perché abbiamo raggiunto un buon livello di “elasticità digitale” (lo dimostra il citato caso del passaggio al digitale di qualche miliardo di individui durante la pandemia.

Rischi

Quando è in corso un grande cambiamento, vi sono molti rischi a molti livelli da considerare. E lo sviluppo digitale non fa eccezione. Utilizzeremo piattaforme e strumenti digitali prima di averne la completa conoscenza; Possiamo anche chiederci se sapremo mai tutto. Quando effettuiamo valutazioni del rischio con diversi livelli di conoscenza digitale, otterremo risultati diversi che avranno un effetto sulle decisioni prese. In un contesto digitale avremo utenti che non hanno grandi competenze digitali. Come li pianifichiamo? Come possiamo assicurarci che ricevano servizi e ambienti d’uso adeguati, che non si sentano stupidi e che non siano lasciati indietro? Il cambiamento digitale nel mondo del lavoro, della conoscenza, dell’istruzione e formazione, della comunicazione e così via è, per molti versi, un cambiamento che comporta costi elevati: come possiamo collaborare per rendere gli strumenti digitali disponibili per molti, senza limitare le possibilità d’uso per i contesti sociali e culturali con minori possibilità?

La transizione digitale deve essere considerata per quello che è: una sfida enorme con così tante possibilità che è praticamente illimitata. Come affrontare questa sfida divertendoci e con gli occhi aperti? La risposta è “solo insieme”; condividere esperienze, errori, risorse, scoperte e altro ancora. Dove stiamo andando? Nessuno lo sa.

E nel caso della Comunicazione negli Science Centres e nei Musei della Scienza?

Quanto abbiamo illustrato finora si applica completamente anche al tema della “transizione digitale del settore della Comunicazione della Scienza”. In un articolo che apparirà nel prossimo numero della rivista dedicato al Modello SciCo+ descriveremo questo tema in modo molto approfondito; qui vogliamo solo anticipare alcune riflessioni. Il passaggio al digitale ha, ovviamente, un impatto significativo sulle persone che lavorano negli science centers e nei musei della scienza. I ruoli delle persone che vi lavorano, così come le competenze necessarie, le conoscenze e le abilità necessarie, la collaborazione e lo sviluppo di nuovi materiali stanno cambiando.

I dipendenti di queste realtà incontrano ogni giorno un pubblico eterogeneo. Dai visitatori generici, alle classi scolastiche con i loro insegnanti, ai gruppi comunitari e molti altri tipi di pubblico. Alcuni di questi utenti sono quelli che non si sentono completamente a proprio agio con il cambiamento digitale. In questa situazione, il “digital mindset” significa non solo pensare e agire per sé stessi, come lavoratori, ma anche utilizzare le soluzioni digitali in modo efficace nello sviluppo di nuovi contenuti per le mostre, nelle attività pratiche per i visitatori all’interno delle mostre e nelle attività solo online. Ciò al fine di creare le migliori esperienze per loro. Questo richiede da parte di chi opera nel settore molte competenze diverse.

Aggiungiamo che la crescita delle competenze digitali da parte dei potenziali utenti degli science centres e dei musei della scienza determina un aumento anche delle aspettative da parte di questi utenti sulla qualità dei prodotti digitali offerti. Ciò significa che gli operatori del settore, manager e tecnici, devono possedere le competenze tecniche per produrre e presentare contenuti digitali rilevanti per il proprio pubblico ed essere in grado di collaborare con gli esperti giusti nel farlo. Le competenze tecniche necessarie spaziano dalla produzione di materiali digitali in combinazione con le più tradizionali attività pratiche realizzate in un museo/science centre e materiali digitali per un uso solo online.

Il numero di tecniche e metodi diversi per informare, insegnare e affascinare il pubblico nei science centre e nei musei della scienza è sempre stato molto vasto. Finora sono stati utilizzati molti modi molto creativi per dare, al pubblico, risultati con, per modo di dire, “un buon rapporto qualità-prezzo”. Quando si tratta di possibilità digitali, questo è più difficile. L’utilizzo di nuove tecnologie come la realtà virtuale, la realtà aumentata, l’intelligenza artificiale, la realtà mista, i tavoli digitali per l’interazione, le escape room digitali, i planetari digitali e simili offrono nuove possibilità, ma anche nuove sfide tra cui: costi elevati e necessità di consulenze esterne alla propria organizzazione, proprio per poter produrre contenuti qualitativi. La ricerca di nuovi metodi e nuove tecniche che possano allo stesso tempo appassionare il pubblico e non soccombere a problemi di costi è necessaria. Ma come possiamo fare le scelte giuste per ottenere soluzioni che vengano utilizzate con efficacia dal pubblico? Che cosa sappiamo finora e che cosa dobbiamo ancora scoprire, ad esempio, dai comportamenti del pubblico dei nostri science centre e musei della scienza?

[1] Questi due link forniscono un glossario rispettivamente in italiano e in inglese dei principali termini del Linguaggio del Paradigma ICT:

–   http://www.labinfca.unipr.it/glossario/gloss.htm#glossario (ultimo accesso il 20/01/2024)

–   https://en.wikipedia.org/wiki/Glossary_of_computer_science (ultimo accesso il 20/01/2024)

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Digital_transformation (ultimo accesso 20/01/2024).

Il processo generale d’erogazione di una prestazione lavorativa.

2 | 2024 gennaio-marzo




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AI e dintorni. Luigi Amodio
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